Presenze Aliene

sabato 20 novembre 2010

UNITA’ D’ITALIA,una vicenda storica locale.

UNITA’ D’ITALIA una vicenda storica locale
dario.giacoletto@vodafone.it



Che sia esistito e che in parte ancora esista un campo militare nella zona detta delle Vaude (Canavese, quindi a nord di Torino), è cosa nota. Che a suo tempo fosse un campo prestigioso dei Savoia, nel quale venivano fatte parate militari e relativi  ricevimenti di personaggi  dell’epoca; è cosa altrettanto nota. Quanti però, tra la popolazione locale, ha avuto notizia  del fatto che negli anni seguenti, l’ufficialmente detta “Unità d’Italia” (1861-1870), a San Maurizio Canavese vi era un campo di concentramento (alcuni dicono di sterminio), nel quale confluivano le truppe di “Franceschiello che si erano rifiutate di passare nell’esercito dei Savoia?
Vediamo cosa riporta al riguardo il libro “Indietro Savoia”di Lorenzo del Boca: (tenendo presente che si tratta di vicende storiche documentate presso archivi di stato nonché, di fatti riportati dai carteggi di Camillo Cavour e da giornali dell’epoca. Consiglio anche, la lettura del libro “I lager dei Savoia” di Fulvio Izzo) …I militari dell’esercito borbonico, dopo mesi e dopo anni dalla fine della guerra, erano rinchiusi in campi di prigionia che assomigliavano da vicino ai campi di sterminio. La Buchenwald del Regno sabaudo di sua maestà il Galantuomo era stata ricavata in un avvallamento del Canavese, a San Maurizio, una ventina di kilometri da Torino.
(Va precisato che era molto più esteso dell’attuale,  l’antico territorio di San Maurizio Canavese, che comprendeva le terre delimitate dal corso della Stura a Sud e tutta la Vauda di San Francesco a Nord, divenuta Comune autonomo alla fine del XVIII secolo. Il fatto che si affermi che il campo era sotto il comune di S.Maurizio quando lo era solo in parte, è dovuto al fatto che a S.Maurizio vi era il comando. L’avvallamento menzionato, è quello che parte da Lombardore e risale la Vauda lungo il torrente Fisca).
Ci arrivarono a vagonate i soldati dell’esercito di “Franceschiello” e, poi i papalini dello Stato della Chiesa che venivano catturati e ritenuti bisognosi di rieducazione morale e civile (sa molto di esportazione di democrazia, di civiltà occidentale e di guerra preventiva per la valorizzazione dei beni del suolo). Giungevano dopo tre-quattro giorni di nave che li portava a Genova, stipati sottocoperta come facevano gli schiavisti nelle Americhe e poi a piedi, in marcia per almeno una settimana, con abiti sempre più sdruciti e con scarpe sempre più sfondate. Non arrivavano tutti, ma per chi aveva la fortuna (se di fortuna si può parlare) di resistere, cominciavano i tormenti. Un articolo de “La civiltà cattolica” del 1861 descrisse le condizioni di vita di quei poveracci con accenti scandalizzati. Stremati dalle fatiche avevano diritto a “mezza razione di cattivo pane”e una ciotola d’acqua sporca che, secondo l’ufficiale di rancio, era minestra. In una terra dove l’autunno è freddo e l’inverno freddissimo, dormivano in tende senza giaciglio e con ripari approssimativi. Morivano di fame e di freddo. Si offendono i monarchici di stretta osservanza perché sembra loro irriguardoso tirare in ballo Buchenwald dal momento che là si è sacrificata una Savoia, Mafalda, deportata dai nazisti, morta dopo sofferenze indicibili per l’amputazione di un braccio, troncato senza anestesia, sopportando i tormenti con nobile e cristiana rassegnazione.  Ma, chissà se sapeva che, così come lei stava morendo, i nonni avevano deciso che morissero migliaia di cafoni meridionali. E chissà se i sostenitori a oltranza delle ragioni del Regno sabaudo ritengono che uno valga più di migliaia. Il paragone con Buchenward sta a significare proprio questo: che quando le cose sono subite, diventano un sopruso e un martirio, mentre quando vengono imposte, sono un dovere o, tutt’al più una dolorosa necessità.
In Piemonte le Buchenward aumentarono di numero perché i prigionieri crescevano in modo esponenziale. Il generale Manfredo Fanti scrisse a Cavour per chiedergli di noleggiare all’estero dei vapori, in modo che fosse possibile spedire al nord 40mila prigionieri. Fu necessario attrezzare un altro campo poco distante da S.Maurizio, a San Benigno (al riguardo ho alcuni dubbi. Il campo di S.Benigno potrebbe non essere stato a S.Benigno Canavese del quale per ora non ho notizia certa, ma poteva essere quello che certamente vi era presso la fortezza S.Benigno di Genova, dove i prigionieri effettuavano una prima sosta prima di essere smistati. In caso contrario, i campi S.Benigno erano due).
 un secondo ad Alessandria e altri due alla periferia di Milano. Ma l’inferno venne attrezzato a Fenestrelle, all’imbocco della Val Chisone, dove, in passato, era stato fortificato un pezzo di montagna con un sistema di caserme appollaiate come un nido d’aquila fra i 1200 1 i 1800 metri d’altezza. L’inverno era tremendo, ( Va detto che all’arrivo dei prigionieri borbonici, i comandanti di Finestrelle, in pieno inverno fecero togliere i vetri dai locali dove alloggiavano affinché i deportati si civilizzassero)
il vento soffiava sempre con impetuosità e i carcerieri aggiungevano per buon peso qualche angheria. Paragonarono Finestrelle alla Siberia. ”Non so, commentò il cardinale Bartolomeo Pacca, quanto possa essere doloroso per un polacco o un russo essere deportato a Tobolsck o a Kamtzcatkà. So bene però che chi è stato abituato al dolce clima del Sud, il soggiorno in quell’Alpe fredda e inospitale è assai penoso”.
Chi ebbe occasione di visitare quella masnada di infelici, li trovò con camice di tela quando i montanari di la indossavano tre maglioni, uno sull’altro. Lì intorno esiste ancora una mulattiera che la gente del posto indica come “la strada dei siciliani”, segno inequivocabile di lavori forzati. Ci lavorarono in migliaia e a migliaia morirono. E quanti storpiati per sempre? Quanti lasciati impazzire dal dolore e dalla nostalgia? Nei registri della parrocchia esistono alcune indicazioni di prigionieri meridionali morti, (solamente di quelli che morirono presso il piccolo ospedale militare) ma della maggior parte dei decessi non esiste traccia, perché i cadaveri vennero ammassati in botole di calce viva che riuscì a liquefare anche le ossa di quei poveracci.( Una di queste, si trova  dietro la chiesa vicina all’entrata) Cercarono di cancellare anche la memoria. Morti senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo. Morti di nessuno. Terroni….
Forse qualcuno penserà, che in fondo, nel corso di tutte le guerre vi sono eccidi di massa e, in fondo questo ha avuto dimensione minore di altri. Forse qualcuno penserà che tutto sommato, ciò che si vede oggi nel mondo, è anche peggio. Forse però, la gente non immagina ciò che realmente si verificò con la deportazione, dei cittadini del Sud che non si schieravano coi civilizzatori. Intanto, erano chiamati indistintamente “briganti” tutti quanti i dissenzienti in qualunque forma, l’equivalente di oggi di “terroristi” (quando questo termine viene dato agli indesiderati) e, come tali considerati. Vediamo al riguardo altra fonte:
Alfredo Corradini, un deputato mazziniano dell'età giolittiana, che compilò "l'Italia nei cento anni (1801-1900) del secolo XIX giorno per giorno illustrata", riporta nel quarto volume un'incisione del 1861, ripresa dal "Mondo Illustrato" di quell'anno, raffigurante soldati borbonici detenuti nel campo di concentramento di San Maurizio. Comandini annota che nel settembre del 1861, quando il campo fu visitato dai ministri Ricasoli e Bastogi, erano detenuti 3.000 soldati delle Due Sicilie, e quando il mese successivo finì di ricevere soldati, si accertò che da esso erano passati 12.447 uomini (5).
5) Comandini, L'Italia nei cento anni..., vol. IV, pagg. 148-149, Milano 1922.
Sostengono altre fonti, che in questo campo di concentramento, i prigionieri non sono mai stati mediamente in numero superiore agli 8.000. Era quindi anche  un campo parzialmente momentaneo. Da esso andavano via quelli che accettavano di vestire altra divisa ma, esclusi coloro che non avevano le attitudini necessarie. Andavano via quelli che morivano, di stenti o di malattia e, per fucilazione poichè ribelli. Interessante sarebbe sapere dove vennero sepolti, se sepolti furono o, se invece anche qui si usava la calce. Andavano via quelli che venivano inviati a Fenestrelle a sostituire coloro che morivano (fonti sostengono che li vivessero mediamente pochi mesi, specialmente se vi era di mezzo l’inverno. Era quindi necessario un ricambio costante. Chi volesse contestare tale affermazione, potrebbe condurre una ricerca  e poi renderla nota, di quanti tra i prigionieri giunti a Fenestrelle sono poi tornati alla loro casa d’origine).Voglio qui aggiungere, un aspetto ancora meno noto e certamente avvilente. La questione dei suicidi nel corso delle deportazioni. Quando iniziarono i trasferimenti mediante nave, i prigionieri erano stipati all’inverosimile sia sottocoperta che sopra. In quella situazione di particolare disagio, molti prigionieri ricorrevano al suicidio gettandosi in mare. In alcune occasioni, si verificarono suicidi in massa. Le autorità preposte, intervennero e risolsero il problema: le navi venivano accompagnate nel loro viaggio, da alcune piccole imbarcazioni che avevano lo scopo di raccogliere quelli che tentavano il suicidio. I prigionieri non avevano il diritto di suicidarsi; la loro vita apparteneva ai  padroni, allo stato, al re Savoia. Non si dica qui che il buttarsi a mare, era un tentativo di fuga a nuoto. Molti prigionieri vennero portati in Sardegna. Il numero dei suicidi, andò aumentando  con la constatazione della realtà dei lager, nella quale erano portati a vivere. Meglio sarebbe dire: a morire.
 Per quanto riguarda poi l’affermazione insistente di alcuni storici o commentatori secondo il quale, il campo di S.Maurizio fu scelto per le sue ideali caratteristiche climatiche; li invito a dormire una notte dei  mesi più freddi, nelle stesse condizioni dei prigionieri (tendopoli, baraccati e pagliericci di foglie). Io mi offro di portare loro una cioccolata calda alle cinque del mattino a condizione, che rispondano con sincerità alla domanda: “Come vi sentite?… Al campo di S.Maurizio, la ribellione spesso era costituita da tentativi di fuga (ma non mancarono i tentativi di ribellione). In genere finivano male, anche perché i prigionieri non conoscevano il territorio circostante. Vi sono stati certamente tentativi che riuscirono e le autorità si allarmarono; non tanto per il numero dei prigionieri persi (che costituivano più che altro un problema giacché ribelli), ma poiché il loro incontro con la popolazione locale, rendeva noto ciò che stava avvenendo nel campo di concentramento, del quale  nulla sapeva e nulla doveva sapere. E, in ogni caso, nulla avrebbe potuto fare oltre il  “non condividere”. (Forse che oggi si sa cosa avviene oltre i reticolati militari dell’Accampamento?… )
I  prigionieri, proprio non ne volevano sapere di vestire altra divisa (quelli che avevano accettato il compromesso, lo avevano già fatto precedentemente e non erano arrivati ai campi). Molti dei deportati  si ricordavano ancora il  giuramento al loro Re, si ricordavano quanto era avvenuto  con l’arrivo dei soldati piemontesi al Sud. Quanti i tradimenti tra gli ufficiali borboni vendutisi al nemico o, come il nemico li aveva comprati; soprattutto si ricordavano la promessa fatta a loro. Suonava pressappoco così: ”I soldati che si arrenderanno, presto saranno liberi cittadini”. Coloro che si arresero, scopersero presto che erano “ cittadini liberi unicamente di servire l’altra bandiera”.  
Vediamo lo sconcertante seguito dei fatti storici:

Questione argentina:Con il 1868, quando la resistenza del Sud andava già declinando, il Presidente del Consiglio dei Ministri, non a caso un generale, Luigi Menabrea, pensò che il problema di quei riottosi poteva essere risolto alla radice con una prigione immaginata proprio per loro. Non in Italia, troppo comodo, ma lontano, in Patagonia, nel sud del sud dell’Argentina e del mondo, con i ghiacciai dell’Antartico all’orizzonte e una temperatura media di notte di 12 gradi sotto zero. Là i ribelli, abituati al clima che consentiva di camminare scalzi, avrebbero avuto il fatto loro. Più che tenerli prigionieri si trattava di ammazzarli.
Una lettera indirizzata al plenipotenziario Enrico della Croce di Doyola, datata 16 settembre 1868, firmata dal capo del governo, contiene, nella premessa, l’affermazione che “si deve porgere ogni cura per quanto si riferisce all’efficacia dei sistemi punitivi onde migliorare la condizione morale del nostro paese” Poi il dettaglio.” Ella non ignora certamente in quali tristi condizioni versino alcune parti d’Italia ed ella ben conosce come già più volte abbia dato prova a ricercare se, col mezzo degli stabilimenti panali in lontane contrade e colla deportazione dei rei, non raggiungerebbesi quel miglioramento che, nelle condizioni presenti, è pressoché impossibile ottenere col sistema in vigore della reclusione”. Occorreva accrescere “il sano terrorismo” di Minghetti.
Dunque? “In tempi addietro, continua il messaggio, furono fatti studi per fondare uno stabilimento di simil natura nelle regioni bagnate dal Rio Negro che i geografi indicano come limite fra i territori argentini e le regioni deserte. Quel progetto rimasto allo stadio di semplice studio preparatorio, potrebbe forse utilmente essere coltivato”. Occorreva perciò sondare le disponibilità del governo della Repubblica Argentina per farsi vendere qualche kilometro quadrato di quel deserto. Beninteso: “le terre da noi eventualmente scelte sarebbero fra quelle totalmente disabitate e l’occupazione non avrebbe in vista lo stabilimento di una colonia”. E, questo non lo disse ma andava sottinteso, giusto  il tempo di ammazzarli tutti quanti….
…La risposta da Buenos Aires, di Enrico della Chiesa di Doyola troncò (per fortuna) le aspettative di Menabrea:”La Repubblica Argentina ha preteso in ogni tempo e tuttora pretende un assoluto diritto sulle terre, tutte, al di qua e al di la dello stretto di Magellano….Poca speranza rimane che ai disegni del governo italiano possano essere favorevoli gli animi di questi governanti….ecc”…
Questione portoghese:Il progetto era quello di riuscire ad ottenere dal governo portoghese la concessione di un’isola disabitata nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico dove “depositare” i prigionieri napoletani, togliendoseli, così, definitivamente di torno. Per fortuna, però, i portoghesi opposero un netto rifiuto e l’infame disegno non poté andare in porto. Nel novembre del 1862 l’ambasciatore italiano a Lisbona, tale Della Minerva, relazionando al ministro degli Esteri Durando che seguiva da vicino il progetto, così scriveva: “… la divulgazione di un dispaccio telegrafico.. ove si parla.. di un negoziato fra l’Italia e il Portogallo per la cessione di un’isola dell’Oceano al fine di deportarvi i galeotti, ha suscitato una tale ripugnanza nell’opinione pubblica e nella stampa che il ministero ha già fatto smentire questa notizia. Penso che per il momento sarà meglio soprassedere a questo progetto per poter avere più appresso una maggiore possibilità di successo”. Parole chiarissime che attestano, senza pecca, l’abnormità del progetto che persino l’opinione pubblica di un paese straniero, per niente coinvolto negli accadimenti italici di quel periodo, ebbe modo di considerare “ripugnante”. Ma se tale era il progetto per il governo portoghese, non così stavano le cose per i governanti piemontesi, sempre fermamente intenzionati a procedere con la “soluzione finale”, malgrado le grida di disapprovazione che si levavano sempre più alte in tutta Europa e, persino, in seno al Parlamento italiano. E così, qualche tempo dopo, nel 1868, dopo altri analoghi tentativi tutti infruttuosi, in un momento in cui, tra l’altro, la rivolta brigantesca era sul punto di esalare il suo ultimo sussulto, le grandi “menti” savoiarde tornano alla carica per sbarazzarsi, e in maniera definitiva, di quella massa sempre più numerosa di meridionali che da anni, ormai, marcivano nelle putride galere della Penisola. Forse, ma meglio senza forse, il governo argentino e quello portoghese, evitarono all’Italia un’ulteriore vergogna nel mondo. Bizzarria del destino, poiché proprio gli argentini  in fatto di eliminazione di persone indesiderate, hanno dimostrato di non scherzare!…Di fronte ad eventi storici come questi, diventa difficile restare orgogliosi d’essere italiani!..Faccio notare come quanto scritto sulla lapide, minimizza l’evento. I prigionieri deportati dal sud affluirono a Fenestrelle per circa dieci anni!.. e non per un anno come affermato sulla lapide posta all'entrata del forte di Fenestrelle. Per giunta il campo di lavoro (di prigionia) durò molto di più. I pochi che sanno s’inchinano.. non si capisce se si inchinano in segno di reverenza ai  morti o, invece s’inchinano a 90 gradi ai burattinai del sistema!..


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