Presenze Aliene

giovedì 5 marzo 2015

Sacsayhuamán

Sacsayhuamán

Di Dario Giacoletto


Come ampiamente da me sostenuto e motivato nel post sui giganti: http://presenze-aliene.blogspot.com/2011/06/i-giganti.html tutte le strutture ciclopiche presenti sul pianeta Terra, sono state opera di esseri giganteschi, dalla forza fisica notevolmente superiore alla nostra. Questi esseri semidivini generati mediante elaborazione genetica da culture aliene che hanno interagito nell’evoluzione umana; non solamente erano fisicamente superiori a noi, ma disponevano di tecnologia a loro assegnata dai loro genitori. http://presenze-aliene.blogspot.it/2014/03/storia-dariscrivere-di-dariogiacoletto.html Disponevano insomma di mezzi a noi oggi sconosciuti. Col passare del tempo i giganti degenerarono, si combatterono tra di loro, irretiti nella guerra tra gli dei, del quale narrano le mitologie di tutto il mondo. Rimangono le tracce del loro passato, delle loro opere, rimangono gli scheletri trovati in tutto il mondo i quali ci ricordano che la loro statura arrivava a superare gli otto metri. Oggi, l’umana cultura di pura speculazione, non gradisce riconoscerne la presenza nel passato e cerca di mettere tutto a tacere. Preferisce passare per sprovveduta ipotizzando teorie che nulla hanno di ragionevole e di dimostrabile. Quando ciò che è stato fatto ieri, non è replicabile con la tecnologia di oggi, significa che i mezzi a disposizione erano superiori e non inferiori. E, quando si vuole datare la lavorazione della pietra col carbonio 14, significa che non si vuole datare correttamente ciò che non fa comodo alla storia ufficiale. La datazione strumentale, spostata in avanti, evidenzia un altro quesito: “Com’è stato possibile che in pochi secoli l’uomo abbia perso tutte le capacità e le potenzialità necessarie per costruire simili opere megalitiche? E, com’è stato possibile che ciò sia avvenuto contemporaneamente su tutto il pianeta?”

Sacsayhuaman: Tratto dal sito di Yuri Leveratto  Durante il mio primo viaggio al Cusco, città simbolo della cultura andina (insieme a Puno e La Paz), ho visitato l’imponente struttura di pietra chiamata Sacsayhuamán, situata a ben 3555 metri d’altezza sul livello del mare. A mio parere Sacsayhuamán (dall’aymarasaqsaw waman, luogo dove si sazia il falco), è il luogo più misterioso dell’intero continente americano. In effetti quando i conquistadores, facenti parte dell’esercito di Pizarro, giunsero al Cusco nel 1533, rimasero attoniti di fronte a tale immenso monumento megalitico, dalle mura ciclopiche e pesantissime. Gli spagnoli si domandarono come fosse stato possibile, per indigeni Incas, che disconoscevano l’utilizzo di carrucole, sottoutilizzavano la ruota e non conoscevano il ferro, trasportare massi pesanti fino a 200 tonnellate, smussarli in modo che s’incassassero perfettamente l’uno sull’altro e, sollevarli per sistemarli uno sull’altro. Gli spagnoli si domandarono anche per quale occulto motivo degli indigeni, che per loro erano “arcaici”, avrebbero costruito tale monumento, spendendo enormi risorse di tempo ed energia. Queste domande, antiche di ben 477 anni, sono ancora attuali. Nessun studioso ha fornito prove sufficienti ed esaustive su come sia stata costruita Sacsayhuamán e soprattutto su quale fu la sua funzione. Nessuno inoltre sa realmente quando fu costruita, anche se ultimamente l’archeologia ufficiale ha indicato che indigeni della cultura Killke avrebbero costruito l’imponente struttura nel 1100 d.C. Negli ultimi anni ho avuto modo d’intervistare vari archeologi, sia peruviani, che brasiliani, e ho avuto la percezione che nessuno voglia realmente affrontare l’argomento Sacsayhuamán. Perché? Il tanto sbandierato metodo di datazione chiamato carbonio 14, funziona solo in presenza di materiale organico, ma non è in grado di datare il periodo nel quale si costruì un monumento. Per esempio il dato sulla cultura Killke, fornito da un equipe di archeologi nel 2008, è in contrasto con l’informazione classica etno-storica, che indicava gli Incas come i costruttori di Sacsayhuamán a partire dal 1438 d.C., durante il regno di Pachacutec. Il fatto è che, a mio parere, non è possibile datare un monumento di pietra solo perché si trovano dei resti di ceramica (o di carbone), nelle sue fondamenta. Seguendo questa logica forse tra 10 anni sarà trovata altra ceramica in uno strato di terreno più profondo appartenente a una proto-cultura Killke magari databile al 900 d.C. E così si retrodaterà la costruzione della struttura in pietra al 900 d.C. Il monumento, che è stato indicato da alcuni come la rappresentazione della testa di un puma, da altri come una fortezza a difesa del Cusco e dal altri come un centro cerimoniale, è composto da tre muri a zig-zag lunghi circa 400 metri e alti 6 metri. Si è calcolato che alcune pietre pesino fino a 200 tonnellate, mentre il volume totale delle tre mura è di ben 6000 metri cubi. Nella zona a sud delle mura, vi sono le basi di quelli che probabilmente furono tre torrioni: Muyucmarca, Sallacmarca e Paucarmarca. Mentre il primo ha base circolare gli ultimi due hanno base rettangolare.



La Muyucmarca era alta circa 12 metri e aveva una base con un diametro di 22 metri. Nei suoi Commentari Reali l’Inca Garcilaso de la Vega descrive la Muyucmarca come una torre che serviva come deposito d’acqua ed era collegata alle altre due da tunnel sotterranei.

Si narra che nella battaglia di Sacsayhuamán, avvenuta nel 1536, l’Inca Cahuide si lanciò nel vuoto dalla Muyucmarca, in modo da non consegnarsi agli spagnoli. Sull’origine di Sacsayhuamán sono stati scritti decine di libri, e le teorie più strane sono state avanzate per spiegare come avvenne la costruzione, fatto tutt’ora avvolto nel mistero. Camminando per le vie di Cusco, si notano vari libri di sedicenti mistici, ognuno dei quali sostiene di conoscere la chiave su come fu costruito il più misterioso sito archeologico d’America. Secondo alcuni Sacsayhuamán, che era originalmente molto più estesa, in quanto gli spagnoli utilizzarono molti massi per costruire le loro dimore e chiese a Cusco, era una città megalitica che riproduceva esattamente la capitale dell’antico regno di Atlantide, scomparso in seguito ad immani terremoti e inondazioni. In effetti è strano che i macigni siano incassati perfettamente l’uno con l’altro, in modo che nemmeno la lama di un coltello possa passarvi attraverso. Come fu possibile costruire qualcosa di così perfetto senza i moderni strumenti di costruzione e taglio, né la forza motrice, che apparve solo nel XIX secolo? Innanzitutto bisogna considerare il problema del trasporto di massi così grandi. Secondo alcuni ricercatori i macigni più pesanti (di andesite), si trovavano già nel sito di Sacsayhuamán, ma se così fosse, bisogna sempre spiegare come furono sollevati per essere posti, ed incassati, uno sull’altro. In caso invece di cave situate in luoghi distanti da Sacsayhuamn, come furono trasportati i massi? Non disponendo di carri, né di animali da soma come buoi o cavalli, si pensa che i massi più pesanti possano essere stati fatti scorrere sopra tronchi d’alberi sostenendoli con spessi cordami, come si vede nella penultima foto, che si riferisce allo spostamento di un megalito nell’isola indonesiana di Nias, in Indonesia, nel 1915. Una volta raggruppati i macigni nel luogo dove sarebbe poi stata costruita la struttura, si procedette a smussare i massi per poterli incassare gli uni con gli altri. Dobbiamo pensare che il tempo era considerato per gli antichi in modo diverso da come lo percepiamo ora. Lavorare un macigno per mesi o anni era una cosa normale, il tempo era visto non come un limite, ma come un’opportunità.
Sacsayhuamán
Per far si che un masso s’incassasse perfettamente con un altro gli antichi costruttori devono aver utilizzato delle mazze di pietra più dura dell’andesite, in modo da procedere a levigare la sommità di ciascun macigno e farlo combaciare con un altro. Esiste anche la teoria di una pianta che, mischiata ad altre sostanze naturali, renderebbe la pietra facilmente malleabile, come fosse del pongo, utilizzato dai bambini per giocare. Secondo alcuni ricercatori gli antichi abitanti dell’altopiano erano in possesso di alcune tecniche di alchimia che permettevano appunto di modellare la roccia a piacimento per poi renderla nuovamente durissima. Secondo una leggenda ricorrente presso il Cusco, il Padre Jorge Lira dimostrò negli ultimi anni del XX secolo che la tecnica per rendere le pietre malleabili era reale e si basava sull’utilizzo di una pianta chiamata jotcha. Sembra però che il sacerdote non riuscì ad indurire nuovamente il masso. In ogni caso i suoi esperimenti non furono mai supportati da controprove scientifiche e l’intera storia rimase sempre nascosta dentro ad un alone di mistero. Anche se si ammette che gli antichi costruttori di Sacsayhuamán riuscirono ad lavorare i macigni in modo da farli incassare l’un l’altro, rimane sempre l’enigma di come riuscirono a sollevarli per poterli sistemare uno sull’altro. Secondo la teoria ufficiale si posizionava una base di legno obliquo tra il suolo e il masso utilizzato come fondamenta. Quindi dei tronchi perpendicolari dove far scivolare una base di legno sulla quale vi erano altri tronchi perpendicolari. Solo sopra questi ultimi veniva trascinato il macigno da sistemare al di sopra di quello in basso. L’operazione veniva effettuata sia trascinando che spingendo e per assicurare che il masso non scivolasse all’indietro, e s’infilavano dei pali tra i tronchi perpendicolari, in modo da bloccarlo in una determinata posizione. Le cavità che sono state individuate in alcuni macigni servivano, secondo alcuni ricercatori, per inserirvi dei tronchi, in modo da puntellare il masso prima di posizionarlo definitivamente sopra ad un altro.
Secondo il mio amico peruviano Paul Mazzei, ci potrebbe essere stata un’altra possibilità: una volta posizionati in fila i macigni più grandi, fondamenta della struttura, si procedette a scavare al di sotto di essi in modo da farli scivolare in basso per una profondità uguale pressapoco alla loro altezza. Quindi semplicemente si trascinarono altri massi relativamente più leggeri, al di sopra dei primi, più pesanti. Poi si procedette ad abbassare ed appianare il livello del suolo dell’intera area, in modo da non far vedere la trincea, scavata inizialmente. Anche se si riuscirà un giorno a spiegare esaustivamente come fu costruito Sacsayhuamán, rimarrà sempre il dubbio del perché e del quando fu eretto. Come già anticipato, per alcuni fu una fortezza, mentre per altri fu un centro cerimoniale.
In effetti risulta per noi difficile comprendere i motivi di una costruzione tanto complessa che richiese certamente molti decenni per essere completata. Bisogna però ricordare che nel mondo le costruzioni megalitiche sono centinaia, e gli antichi seguivano logiche per noi complicate, che rispondevano a riti e cerimonie che oggi risultano del tutto incomprensibili. Dopo aver comparato molti luoghi archeologici in Sud America sono giunto alla conclusione che Sacsayhuamán fu costruito molto prima del Cusco. A mio parere la struttura megalitica era il centro di una cittadella che si estendeva ben oltre i limiti dell’attuale parco archeologico. Secondo me gli autori di Sacsayhuamán appartenevano alla cosi detta 
civiltà megalitica americana, che si sviluppò in Sud America poco dopo il diluvio universale, a partire dal nono millennio prima di Cristo.
Solo con ulteriori lavori di scavo, con lo studio comparato con altri siti megalitici dell’altopiano andino (TiwanakuPukara), e l’esplorazione esaustiva delle enigmatiche gallerie sotterranee che da Sacsayhuamán portano al Cusco e verso luoghi sconosciuti, si potrà tentare di svelare nel futuro il mistero di questo luogo affascinante che mi è entrato nel cuore, e che considero il simbolo stesso dell’antica civiltà megalitica americana.
Vanno costantemente aumentando i ritrovamenti in tutte le parti del pianeta, dei resti di esseri umani giganteschi. Per loro, il mondo era certamente più piccolo (in proporzione) a quanto appariva o appare a noi e, la pietra era certamente per loro, molto meno dura di quanto lo è stata per gli uomini comuni. E’ notizia recente il rinvenimento di uno scheletro di gigante in Egitto. 


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